Passaparola: Le vostre recensioni
Per consigliare un libro che vi ha folgorati, un film davvero divertente, un cd sconosciuto che merita maggior fama, non serve essere scrittori. Basta inserire qui una breve recensione o poche righe di commento o un articolato suggerimento.. dipende da voi! il vostro consiglio contagerà altri utenti e il vostro libro-film-cd preferito finirà dritto in vetrina, a disposizione di tutti.
il 17 novembre 2011 Marisa Miritello: Tempi morti Se siete alla ricerca di un giallo tutto italiano? Tempi Morti fa al caso vostro! Marisa Miritello è un’autrice originale ed eclettica e col suo primo libro è riuscita ad unire intrigo e risate. Pagina dopo pagina questo romanzo, nella sua semplicità, ti inchioda sul divano. Devi arrivare alla fine!
Brando, che è il protagonista della storia, è un uomo che ogni donna vorrebbe conoscere almeno una volta nella vita. Lui vive al di fuori degli schemi, è affascinante, discreto a tratti timido ma quando si tratta di scoprire la verità la grinta e la caparbietà fanno da padrone facendolo diventare quasi sprezzante della giustizia, quello che conta è arrivare sino in fondo, costi quel che costi! Tempi Morti è un libro fresco, intenso e scorrevole, adatto veramente a tutti, giovani e anche a quelli che non lo sono più. Una recensione di Lucia Trova il libro nel catalogo online |
il 5 novembre 2011 Luca Jaselli: Giulia e basta Il personaggio di Giulia e basta è una donna che possiamo incontrare tutti i giorni in autobus, al supermercato e forse, con lo sguardo distratto di chi pensa alle proprie cose, non la noteremmo nel suo passare. E’ sposata, lavora e fa tutte quelle cose che molte persone fanno ogni giorno, ma dove apparentemente non c’è nulla da dire o da osservare Luca ci fornisce un’angolazione nuova, una visuale che non potevamo assolutamente immaginare a una prima occhiata.
La storia perciò segue la strada di una scoperta, pagina dopo pagina, di Giulia, del suo mondo, delle sue paure, ma anche delle sue amicizie che somigliano a tante amicizie comuni, uguali a quelle che ognuno di noi coltiva, frequenta, ma che diventano in Giulia e basta lo strumento privilegiato per svelare altri dettagli profondi dell’animo della protagonista. Il flusso dei suoi pensieri diverrà il vostro fino a coinvolgervi in una sorta di sovrapposizione di intenti e volontà che vi farà partecipi della sua vita e delle sue scelte fino all’ultima pagina. Una recensione di Porcospino |
il 18 ottobre 2011 Sam Mendes: Revolutionary Road La rivoluzione è sempre per tre quarti fantasia e per un quarto realtà, scriveva il pensatore russo Michail Bakunin. Credo sia proprio in quei tre quarti di fantasia, così profondamente intrisi di aspettative, bisogni e desideri individuali, che si nasconde la vera spinta verso il cambiamento. Capita, poi, che già nella semplice proposizione del nuovo, la fantasia debba incontrarsi e scontrarsi con la realtà, che è fatta di cose del mondo e, soprattutto, di rapporti umani.
April Wheeler, protagonista del film, interpretata da Kate Winslet, confida la sua più intima necessità al marito, Frank (Leonardo Di Caprio): il bisogno di rivoluzione che è desiderio di appagamento di un sogno, la realizzazione personale, l’idea di poter vivere un’esistenza autentica, non stereotipata. Il sogno (la fuga in Europa) viene inizialmente condiviso da Frank, poi rigettato in un secondo momento per l’impossibilità, da parte sua, di discostarsi forse dal percorso genitoriale in senso stretto, nell’ideale continuazione e superamento del mestiere del padre, e in senso allargato (la nazione materna), nel rifiuto del sogno americano che i due coniugi già stanno vivendo. In questo mancato riconoscimento del proprio bisogno di autenticità, April vive il tradimento della parte sognante di sé, della propria fantasia che è però la spinta più vitale che possieda. Scontrandosi con la realtà, trova nel gesto estremo finale, la negazione ultima delle sue fantasie di ri-nascita, il tentativo di porre limite al perpetuarsi di una vita così condotta (rappresentata dal bimbo che porta in grembo) e distruggere, con un atto di spietata realtà, vita residua e speranze nascenti. Revolutionary Road si snoda attraverso una struttura narrativa convincente ed emozionalmente avvincente, sostenuta dall’ottima prova recitativa dei suoi protagonisti, proponendo la sua amara riflessione sulle paure dei singoli, sulla resistenza al cambiamento che è insita in ciascun essere umano e nella società stessa. Una recensione di Roberto Trova il DVD nel catalogo online |
il 15 ottobre 2011 David Fincher: Il curioso caso di Benjamin Button Dopo aver visto “Il curioso caso di Benjamin Button”, scrivo qualche riga sulle rifessioni ispiratemi dal film, sperando che vogliate discuterne con me e ampliare l’intervento con le vostre personali impressioni.
Il film si apre con un espediente di carattere grafico, col logo della Paramount che viene a comporsi in una cascata di bottoni. Button appunto, il nostro protagonista, figlio, guarda caso, di un imprenditore di bottoni. Qualcuno (ho letto commenti a riguardo su vari siti internet) potrebbe obiettare l’inutilità del dettaglio, ma io non riesco a evitare di intenderla come una scelta precisa della sceneggiatura, come se ci volesse comunicare un destino ironico, dal quale non si sfugge. Mi chiamo Button, dovrò fare bottoni. Peccato, però, che il nostro Benjamin si discosti dal suo destino, non possa seguirlo per la sua “situazione anomala”, per il rifiuto di chi, oltre a trasmettergli il cognome, avrebbe dovuto e certamente voluto trasmettergli l’attività, non a caso tradizione di famiglia, e con essa un percorso di vita. Ma la vita, si sa, riserva sempre qualche sorpresa, e così, sin dall’inizio, ci si prospetta davanti la storia di un uomo che non seguirà il normale corso degli eventi, ma, anzi, percorrerà a ritroso il suo cammino. O almeno così pare, ad una visione iniziale, perchè non tutto è come sembra e, a ben guardare, la vita è fatta di una costruzione continua del proprio stesso percorso, indipendentemente da come ci appare. E’ un messaggio, questo, che al termine del film, mi è sorto spontaneo accostare ad un film del 1994, quel famoso Forrest Gump vincitore, lui sì, degli oscar più prestigiosi. Anche la struttura della trama mi ricordava il bel film di Zemeckis, coi luoghi (la casa con la madre a cui, dopo il lungo percorso si fa ritorno, la barca), i personaggi (questo capitano del rimorchiatore così simile al tenente Dan di Forrest, per non parlare della splendida Kate Blanchette, così affine nel suo personaggio a Jenny), alcune battute (“La vita è come una scatole di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita” che si trasforma in “Non sai mai cosa c’è in serbo per te”), alcune immagini (Un colibrì sostituisce metaforicamente la celeberrima piuma). Troppo grandi le affinità per non notarle. Non a caso la sceneggiatura dei due film è opera della stessa persona, Eric Roth che, forse in modo un po’ troppo accentuato, si lascia andare ad un’ autocitazione dietro l’altra e ci porta necessariamente a compiere un confronto tra i due lavori, il che porta a svalutare questo Button, in favore di un Forrest più convincente, commovente e artisticamente ricco. Fincher riesce, meno di Zemeckis, a entrare profondamente nell’animo di tutti suoi personaggi o, per lo meno, forse non lo fa nei momenti in cui ci si aspetterebbe quacosa di più dal suo intervento artistico, soprattuto nella seconda parte del film. Alcune sequenze, al contrario, riescono a catturare il profondo dell’animo dei protagonisti:penso, ad esempio, a quella, molto suggestiva di Benjamin e Daisy bambini che vanno a nascondersi sotto il tavolo, in quella che sembra una romanticissima cena a lume di candela, in cui la semplicità di due piccoli esseri umani sostituisce l’ardore degli amanti, mantenendo tuttavia la voglia di scoprirsi, e aggiungendo la curiosità (anima stessa del bambino) di chi si vede lontano e diverso, ma sa di essere vicino nel profondo. Nel complesso mi pare che la regia del film sia certamente funzionale e venga aiutata da un montaggio efficace: penso ad esempio alla sequenza suggestiva degli incontri tra Benjamin e la signora sposata, resa con una serie rapida di dissolvenze incrociate,a sottolineare le notti che passano, ma nel contempo si fondono insieme in un’unica, lunga notte. Non è ciò che accade nel rapporto d’amore? Il momento in cui si sta insieme alla persona desiderata viene collegato a tutti i precedenti, annulla l’attesa e va a costituire un lungo filo di emozioni e percezioni che portano ad escludere ogni altro avvenimento del mondo. Per questo Fincher ci regala queste immagini, e con esse rende l’idea che, quasi magicamente, proprio le immagini di una storia si possano riassumere in un’unica breve sequenza di fusione e integrazione (l’effetto della dissolvenza, appunto). Ma c’è di più, perchè il regista inserisce un tono fiabesco in questa breve narrazione, nel momento in cui è il rintocco di una campana a spezzare la magia del momento e, come una novella cenerentola, la nostra nuotatrice, deve fare ritorno alla sua monotona realtà. Queste brevi analisi stanno a indicare che, in più di una scena, vi sono buoni spunti riflessivi, perciò tralascerò i difetti, a mio parere presenti, e il confronto con altri film, per soffermarmi sul senso della trama in generale e sullo spunto che offre per operare una meditazione sulla vita e sull’uomo. Questo “curioso caso” non tratta di una vita vissuta al contrario, come le trame dei giornali, assai sbrigativamente, tendono a dichiarare. Parla di una vita vissuta (e per vissuta intendo percepita da chi la vive) in modo assolutamente normale. Benjamin è un bambino con l’aspetto da vecchio. L’aspetto, niente più. I suoi sentimenti sono quelli di un bambino come tutti gli altri. Non a caso, nel corso del film, la sua situazione è presentata con sottile ironia (vedi la battuta della signora che lo paragona al suo ex marito) e leggerezza. L’obiettivo del regista, è quello di farci percepire la normalità della sua condizione, o meglio, l’accettazione che le cose, a questo mondo, possono anche apparire differenti ma, tutto sommato, l’esistenza è un percorso che tutti affrontiamo nel bene e nel male, ed è ciò, che più di tutto, ci accomuna, prima ancora di quella cosa che all’esistenza pone termine, l’assidua visitatrice della casa di riposo di Benjamin. Non è un caso che il nostro protagonista nasca in un luogo dove è la morte a farla da padrona e che, proprio lui, apparentemente prossimo ad essere da lei visitato, possa opporsi al naturale corso degli eventi. E’ il simbolo della vita che scaturisce dalla morte, dell’esistenza che lotta contro la non-esistenza, della speranza che realizza i miracoli di cui noi stessi siamo artefici. E, di più, diveniamo testimonianza dei nostri stessi miracoli, quando la nostra stessa esistenza che sembrava ormai annientata, ricorda al mondo che esiste la possibilità di veder avverare qualcosa di impensabile. Ma la straodinarietà di Benjamin non è un qualcosa di magico, di estraneo allo svolgersi della normale esistenza umana. Al contrario, ne è parte forse più degli altri, perchè come tutti va incontro alle gioie e ai dolori, alla vicinanza dell’amore e alla solitudine della vecchiaia (anche se vissuta con le sembianze di un bambino). La vita ha un percorso inesorabile, sappiamo dove conduce, e tutti, compresi i testimoni dei propri miracoli, sono condotti alla stessa meta. L’amore, come in ogni vita, assume un ruolo di rilievo, ed è per questo che il film ci invita anche ad una riflessione sul rapporto umano più profondo, suggerendo quanto sia difficile trovarsi, nel tempo, e mantenersi uniti. A dividere chi può amarsi da tempo, può essere il tempo stesso, con i cambiamenti (qui metaforizzati dal mutamento fisico) che inevitabilmente avvengono. Forse esiste davvero il momento perfetto per stare insieme, quello che, guardandosi in uno specchio, si vorrebbe fermare nell’immagine riflessa (molto bella la scena che racconta esattamente questo, nella palestra). Forse, però, è normale che il tempo vada a scalfire quell’immagine, a mutarla, e l’essere umano, nella sua fragilità e vinto dalla paura di non essere adeguato per sempre, come Benjamin, scappa dalla responsabilità di prendersi cura della persona che avrà accanto un domani, temendo di non riconoscere più nè lei, nè se stesso al suo fianco. Benjamin non ha nulla di diverso da chiunque altro. E’ un uomo comune dalla vita comune, e il suo caso “curioso” può essere definito tale solo perchè, tutto sommato, noi tutti siamo “curiosi” casi di vita, accomunati dall’inesorabile trascorrere del tempo, dall’essere prede delle nostre emozioni, dall’essere umani nel senso più universale e uniformante. Benjamin, come noi, non nasce vecchio, nè ringiovanisce. La sua vita, come quella di tutti, è il susseguirsi di eventi che si determinano l’un l’altro, di scelte che portano ad azioni, di persone legate tra loro dal destino o per meglio dire, dal caso (come nella sequenza, un po’ kieslowskiana, che narra gli intrecci possibili che portano all’incidente di Daisy). La storia di Benjamin è il racconto di ogni vita, di ogni luogo, di ogni tempo. Una recensione di Roberto Trova il DVD nel catalogo online |
il 6 ottobre 2011 Alessandro Mari: Troppo umana speranza E’ un romanzo storico che narra gli anni precedenti l’Unità d’italia con grande maestria. Impianto narrativo brillante. Opera di grande respiro…si nota una accurata conoscenza storica del giovane autore e una enorme accuratezza stilistica. Scrittura avvincente. Una recensione di Rosi Trova il libro nel catalogo online |
il 29 settembre 2011 Brian Whitaker: L’amore che non si può dire: storie mediorientali di ragazzi e ragazze Il libro costituisce il risultato di un’inchiesta, ricca anche di testimonianze, dai paesi in cui la condizione omosessuale è vissuta con maggior negazione e sofferenza e dove è talora punita persino con la pena capitale. Una recensione di Bartlebooth Trova il libro nel catalogo online |
il 25 settembre 2011 CapaRezza: Habemus Capa Non manca l’ironia, e nemmeno il sarcasmo, quando il pugliese CapaRezza affronta l’attualità. In Habemus Capa Anna Falchi, la Lega Nord, Hillary Clinton ed addirittura l’Ikea sono presi di mira, spesso collegati l’uno con l’altro. CapaRezza ha una dote rara: la sua stupidità è geniale. Ecco perché ha sempre dichiarato che il suo maestro è Frank Zappa.
Il flow, cioè la sequenza di rime rap di CapaRezza, contiene “mille frasi in un minuto”… che non è roba da poco. Con Felici Ma Trimori batte anche il suo cugino americano Eminem, a cui è spesso paragonato. Gli arrangiamenti musicali con una voce nello stile dei Cypress Hill sottolineano il tono sarcastico dei suoi testi. Un concept album, in cui CapaRezza muore nella prima traccia e poi vive una vita diversa in ogni traccia senza dimenticare la resurrezione alla fine, è un’idea abbastanza particolare. Anzi, geniale. Una recensione di Kosmonautti Trova il CD nel catalogo online |





